martedì 28 aprile 2026

Musica ed emozione

Quando ci hanno comunicato che saremmo andati al Petruzzelli a vedere “La Traviata”, ammetto che tra noi c’era un misto di curiosità e quel pizzico di ansia di chi non sa bene cosa aspettarsi. Il teatro, però, accoglie con una maestosità che toglie il fiato: quel rosso ovunque, l’oro che brilla, la sensazione di entrare in un’altra epoca. 


La vera magia non è stata l’architettura, ma quella strana solitudine che si è creata appena lo spettacolo è iniziato: non appena le luci in sala si sono abbassate, il rosso dei palchetti e delle poltrone è svanito nell’oscurità; il resto del mondo è rimasto fuori. Siamo rimasti soli con lei: Violetta.

All’inizio mi sono ritrovata a cercare i “sottotitoli”, preoccupata di non capire la trama o i passaggi più complessi, ma dopo pochi minuti mi sono resa conto che non importava affatto capire ogni singola parola. C’era qualcosa di più potente del testo scritto: il suono della voce. Era quella vibrazione nel petto a raccontare le sue fragilità. Violetta non aveva bisogno di spiegarci la sua sofferenza; la sentivamo in ogni nota, in ogni respiro spezzato, in ogni acuto che sembrava un grido d’aiuto.

L’aspetto che più mi ha colpito è stato il contrasto. Sul palco vedevamo un mondo fatto di feste incredibili, brindisi continui e persone che si godevano la vita mondana di Parigi, mentre dietro quella maschera di allegria forzata, la voce di Violetta svelava una verità diversa. Ci raccontava quanto ci si possa sentire soli, anche quando si è al centro dell’attenzione, quanto sia fragile quel castello fatto di apparenze.

Ho pensato che in fondo Violetta ci somiglia un po’: anche oggi viviamo in un mondo che ci chiede di essere sempre “al top”, di postare solo i momenti belli, di partecipare ad una festa infinita dove non è ammesso essere tristi. Eppure, proprio come lei, tutti abbiamo delle fragilità che cerchiamo di nascondere dietro un sorriso o un vestito elegante.

Uscire dal teatro e ritrovarsi sotto il cielo di Bari, col rumore delle auto e della città, è stato come risvegliarsi da un sogno. 

Non serve essere esperti di musica per emozionarsi: basta restare al buio e lasciare che una voce ci racconti chi siamo davvero.

Giovanna Iacovetti

Classe 3^D


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